Un lunedì di pasquetta.Bello lo Sprone visto da lontano, belle le rocce, belle le lingue di alberi che si inerpicano a sfidarne la pendenza, belli i canali di neve, labirinto di possibilità e porta d'accesso per intenti importanti.
Un luogo selvaggio che odora di selvatico. Oggi un po' meno, da quando la creatura, appesantita e pacata da un enorme mantello di neve, si lascia addomesticare e cavalcare come mai forse era accaduto prima.
La voce si sparge velocemente e l'eco trova una naturale cassa di risonanza tra le cime, le valli e gli anfiteatri, veri o virtuali, del Crinale. "Di bianco sopita dorme la creatura" sussurra qualcuno, "Il mostro è domato" grida qualcun'altro.
Si catturano immagini, si tramandano parole, si condividono emozioni, ed ecco che ciò che prima era inaccessibile e misterioso diviene più familiare, e l'ambizione trova un rassicurante terreno sul quale far sbocciere i sogni in realtà.
Uno sprone di roccia e neve, per un mese, per un aprile, un altro aprile, diviene l'ombelico di un mondo fatto di sci, cacciatori di pendenza e imprese silenzione. Su quello sprone non c'è una vera e propria cima, fintanto che non ti affacci per una delle bocche nord e guardi giù; allora capisci che una cima c'è e che quella creatura, alla quale incautamente stai cercando di mettere le briglie, dorme con un occhio aperto. L'importanza delle cose lì assume un valore relativo e un significato diverso dalla quotidianità che si consuma solo qualche centinaio di metri più sotto, solo qualche chilometro più distante.
Selvaggio e selvatico. Che un mese, un aprile, un altro aprile lo è un po' meno.
Come qualcosa di addomesticato, ma pur sempre animalesco. Un odore che riconoscemmo bene quel lunedì, che ben si addiceva a quel giorno di festa e che ci ricordava il calore di un piatto nostrano.
Il profumo proveniva da poco più sotto, poco più a est. Qualcosa bolliva sicuramente in pentola e il cuoco ci stava invitando a saziarci all'imbandita e ricolma tavolata del
Canale del Verro.
Così il cuoco ci disse di nominare e divulgare, con dovuto riguardo e rispetto, quel lauto banchetto. Perchè altri potessero goderne, ma affinchè i troppi non potessero inaridirne i sapori.
Forse ora le portate non sono più così calde e fresche, ma che queste parole e questo racconto vi portino un giorno a trovare in quel posto il vostro Verro.
La tavola è apparecchiata. C'è un posto anche per voi, basta annusare l'aria.

Un lunedì di pasquetta.
Aperta la battuta di caccia.

Cacciatore in preda alle sue pelli.

Le bocche a nord...

...e l'importanza delle cose assume un valore relativo.

Molto relativo.

E poi il profumo...

...e poi la tavola imbadita del Canale del Verro.

Mandiamo giù senza sosta,

finchè sazietà non ci colga.

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Girarsi indietro a guardare e pensare:
"Quella è la mia traccia, dunque esisto".